domenica 25 maggio 2014

La bambina del cimitero

Buon pomeriggio. Gli esami di stato sono vicinissimi, e io finalmente ho trovato un po' di tempo da dedicare a questo mio blog. Sono passati mesi da quando l'ho aperto con il nome di "Il Mondo Offuscato", che è anche il titolo del primo vero romanzo(breve) che io abbia scritto. Ora sto scrivendo un secondo romanzo,e con questo conto di trovare una casa editrice vera e propria.
Nel frattempo vi lascio leggere un racconto breve che ho scritto qualche tempo fa, nel periodo  "offuscato" (il periodo in cui ho scritto "il mondo offuscato, a dire il vero), durante il quale ero fissato con le storie di fantasmi e cimiteri. Bene, questo racconto si intitola "La bambina del cimitero". 
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Ci si sente presto!

La nonna glielo ripeteva in continuazione e Jen non le dava mai ascolto.
«Anche se li hai amati e li ami ancora, non sprecare il tuo tempo con i morti. Impiegalo per i vivi.»
Ma Jen li vedeva ogni volta che si recava al cimitero. Vedeva sua madre, vedeva suo padre; vedeva suo fratello. Li vedeva e poteva sentirli. Le loro parole riecheggiavano nella sua testa e lei sorrideva, non per quello che le dicevano, ma perché poteva ancora udirli. Poteva udirli anche se erano morti molto tempo prima.
Quando accadde che suo padre e suo fratello, dopo essere andati a caccia, non tornarono più a casa, sua madre decise di trasferirsi con Jen presso la campagna della nonna. Lì sarebbero stati bene e avrebbero dimenticato. Ma Jen non dimenticò mai, e dal giorno in cui sua madre si ammalò e raggiunse la stessa sorte del marito e del figlio primogenito, non faceva altro che svegliarsi la mattina e andare a trovare i morti. Non la allontanavano, non la spaventavano. Volevano solo parlarle, e le dicevano un sacco di cose. Non c'era solo la sua famiglia, lì; ma generazioni e generazioni di persone che avevano abitato in quella campagna prima che fosse giunto il turno di sua nonna. C'era anche il nonno, tra i morti. Un cane, davvero bello e giocherellone. Jen udiva tutti loro, li sentiva e giocava con i bambini, rincorreva il cane, sentiva i suoi genitori ridere della sua goffaggine. Da quando i morti erano apparsi, lei non aveva più versato una lacrima.
Sua nonna continuava a rimproverarla ogni giorno perché non voleva che una bambina di undici anni come lei passasse il resto della sua infanzia a piangere in un cimitero. Le diceva di andare a giocare con il figlio di una famiglia che abitava in una casa poco distante dalla loro. Ma Jen non piangeva. Non riusciva a spiegarglielo. Lei parlava con i suoi genitori, giocava con un sacco di bambini, e c'era pure un cane! Eppure, sua nonna non vedeva spiriti, non vedeva i morti. Ogni volta che passava dal cimitero vedeva Jen inginocchiata sulla tomba di sua madre, in lacrime.
«Tu le puoi parlare. Lei ti sente anche se non ti rechi presso la sua tomba. Sono sicura che preferirebbe vederti giocare con altri bambini piuttosto che continuare a struggerti per lei. La vita è lunga, cara Jen. Va' avanti, non bisogna sprecare troppo tempo con i morti.»
E allora Jen capiva. Capiva perché tutte quelle persone che andava a trovare al cimitero erano tristi. Erano incomprese, vittime del disprezzo dei vivi. Sua nonna continuava a ripetere che passare del tempo con i morti era uno spreco di tempo; ma lei voleva continuare a parlare con suo fratello, a essere rassicurata dai suoi genitori, a giocare con tutti i bambini che erano vissuti sotto il tetto che adesso riparava lei, e a coccolare quel cane a cui ormai si era affezionata.
Un giorno, quando Jen torno a casa della nonna, vi trovò un ragazzino.
«Ti presento David: un giovanotto che molto spesso mi viene ad aiutare a strappare le erbacce dal giardino. Perché oggi non andate a giocare insieme?»
E giocarono. Fecero amicizia molto velocemente e si divertirono come non mai, ma ad un certo punto Jen chiese a David: «Vuoi che ti presento i miei genitori e mio fratello?»
«Non vivi da sola con tua nonna?»
«Sì, però questo non significa che non li abbia.»
Lo prese per mano e lo condusse correndo verso il cimitero. Quando David intuì dove la stesse portando iniziò a sentirsi a disagio. Vide che la bambina era scoppiata in lacrime e cercò di consolarla.
«Non sto piangendo!» strillò. «Non li vedi? Lei è mamma! Lui è papà! E questo è mio fratello! Poi ci sono i miei amici e lui è Ben, è un pastore tedesco ed è simpaticissimo!»
Ma David vedeva soltanto una tomba e Jen che, a ridosso di questa, piangeva.
Quando la nonna di Jen ebbe udito le parole di David tentò, ancora una volta inutilmente, di convincere la bambina a lasciarsi il passato alle spalle.
«Siete tutti uguali! Loro sono soli e nessuno li va mai a trovare!»
«Loro sono morti, non sono più tra noi!»
«Ti sbagli!» urlò la bambina, e corse fuori.
Quando la nonna notò che era calata l'oscurità e che Jen non era ancora rincasata, uscì di casa e si diresse verso il cimitero. Lì trovò la bambina accasciata sulla tomba di sua madre, con il polso tagliato e grondante di sangue. Si portò le mani ai capelli e incominciò a piangere.
Accanto alla tomba, Jen aveva lasciato un biglietto che diceva: 'I morti mi chiamano, i vivi li disprezzano. Sono andata a giocare con loro.'

Da allora la nonna di Jen visse in solitudine fino alla fine dei suoi giorni, e si narra, nelle campagne vicine, che il giorno in cui morì si trovasse nel cimitero e avesse urlato a gran voce il nome di Jen, e che lei avesse risposto ridendo.

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